June 2010
Assolto Tartaglia, l’uomo che aggredì il premier: «Incapace di intendere e di volere».
Ma secondo me anche Tartaglia.
(via tuttofa)
parole che condivido in pieno. compresa l’idea che non ci fosse bisogno di dir(n)e niente.
Ed essere liberi, com’è? Sconvolgente come una nuotata in apnea rendendoti conto che non hai bisogno di respirare.” —
More tears are shed over answered prayers than unanswered ones
St. Teresa of Avila
Sorry boys, all the stitches in the world can’t sew me together again. Lay down… lay down. Gonna stretch me out in Fernandez funeral home on Hun and Ninth street. Always knew I’d make a stop there, but a lot later than a whole gang of people thought… Last of the Moh-Ricans… well maybe not…
Lei: giovanissima, bellissima, biondissima, un fisico davvero spaziale. Lui: bassino, grassottello, stempiatello, Rolex al polso. Mi chiedo cosa li unisce, forse i soldi di lui?
L’ammore puro (e il Porsche nel parcheggio, I suppose)
Ma quanti punti di PIL ci costa, una partita “decisiva” della nazionale alle 16 di un giorno feriale?
… basta con questa mitologia di Colazione da Tiffany… è la storia di una zoccola, get it???
Maria Stella Gelmini ha rilasciato, nei giorni scorsi, un’intervista a quell’organo di partito che è Il Giornale per spiegare il suo progetto di “berlusconizzare” la cultura, la scuola e l’università italiane. A parte i toni agghiaccianti e spaventosi che vi consiglio di leggere di persona, mitigati di tanto in tanto da un vago richiamo all’America (ma non ho mai sentito, là, parlare di “bushizzazione” o “obamizzazione” della scuola, cose che verrebbero viste con puro ribrezzo), vorrei farvi notare due cose:
1) la pericolosità delle parole del Ministro;
2) la sua totale ignoranza non solo di cosa sia la scuola, ma anche di cosa sia la cultura.
Andiamo con ordine. Perché le parole della Gelmini sono pericolose e gravi? Perché nella storia solo i regimi totalitari hanno tentato di creare una cultura ad immagine e somiglianza del leader massimo: era Mussolini che voleva fascistizzate l’Italia, erano i biechi dittatori comunisti che accettavano solo una cultura allineata alle idee del capo, era Hitler che voleva una “cultura pura”, cioè non sporcata dal nemico (lo straniero e l’ebreo). Sentir parlare di un progetto di “berlusconizzazione” portato avanti, di comune accordo, da più ministri dovrebbe far quindi venire i brividi a chiunque, dovrebbe ricordare il Minculpop, Goebbels e le purghe staliniane, ammesso e non concesso che la Gelmini sappia di cosa stiam parlando; ma non ho visto particolari levate di scudi, purtroppo.
Il fulcro del discorso lo vorrei però dedicare alle curiose scelte lessicali del Ministro. La Gelmini, infatti, afferma che il suo progetto consiste nello spazzar via dalla scuola “la retorica del pessimismo” propria della sinistra e sostituirla con l’ottimismo del buon Silvio. L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio, insomma: più in là di un paio di slogan coniati dal capo non sanno proprio andare. Al di là del fatto che un’egemonia della sinistra, sulla scuola, è tutta da dimostrare (la stragrande maggioranza dei miei professori, per dire, era tipicamente democristiana e nella mia carriera da insegnante ho conosciuto moltissimi colleghi usciti dai seminari e solo un paio dai circoli Arci), a colpirmi, però, è stato il termine “pessimismo”: ora, si può apprezzare o disprezzare la scuola, il suo funzionamento e i risultati che raggiunge, ma non capisco come la si possa definire pervasa da una retorica pessimista. Dove lo vede, la Gelmini, questo pessimismo? Al contrario, la scuola è per sua stessa natura ottimista: prende dei ragazzi immaturi, piuttosto ingenui e incerti e punta a farne delle persone adulte. C’è una grande speranza, un grande ottimismo nell’istituzione scolastica. Un ottimismo a tratti addirittura eccessivo, se consideriamo che spesso tutto il resto del mondo (famiglia, società, tv, mass media, politica) remano contro la maturazione intellettuale dei ragazzi.
Mi sono dunque chiesto: perché la Gelmini definisce la scuola “pessimista”, prendendo una cantonata così plateale? Semplice ignoranza, non conoscenza della stessa realtà di cui è referente? In parte sì: la Gelmini non ha mai manifestato un particolare acume e, se non fosse stato per il buon Silvio che l’ha promossa per ignoti meriti nell’Olimpo della politica, probabilmente farebbe ancora l’assessore di provincia. Il vero motivo, però, sta secondo me altrove: la Gelmini, che evidentemente possiede il lessico di un ragazzino delle medie, ha sbagliato termine. Ha detto che la scuola è “pessimista” ma intendeva “critica”, “disfattista”. In effetti era proprio questo il senso che voleva dare alla frase: Berlusconi è ottimista perché presenta sempre il lato positivo delle cose; la sinistra, invece, denunciando storture e ingiustizie, finisce per alimentare il pessimismo. Non è altro che una riproposizione del classico discorso berlusconiano contro Saviano: chi parla della mafia infanga il nome dell’Italia nel mondo; molto meglio star zitti e alimentare l’ottimismo, il “tutto va per il meglio”.
Come diventerebbe, allora, la scuola “berlusconizzata” che la Gelmini agogna? Sicuramente nei libri di storia mancherebbero l’omicidio Matteotti, le violenze fasciste, le leggi razziali e tutti gli altri eventi del Novecento che potrebbero rovinare il buon nome dell’Italia. Ma a questo punto cancellerei pure Nerone e Caligola, meglio non rischiare.
Di più: la filosofia sarebbe messa al bando. Visto che la filosofia è, essenzialmente, critica dell’opinione dominante, è chiaro come questa materia non faccia altro che alimentare un costante “pessimismo di sinistra” tra i poveri studenti, anche quando i filosofi studiati sono elitari e di destra come Platone o Nietzsche o santi della chiesa cattolica come Agostino di Ippona o Tommaso d’Aquino. D’altronde, il “pessimismo” o meglio la critica, al di là di quello che pensa la Gelmini, non è inquadrabile in una sola ideologia politica.
Ancora, i professori di latino, greco, matematica o fisica non potrebbero più correggere gli errori dei loro alunni: non bisogna evidenziare i difetti ma i pregi, non bisogna criticare ma elogiare, come ben sanno i padri della cultura berlusconizzata, da Bondi a Minzolini. E via così: non si analizzerà più il significato delle opere d’arte perché potrebbero contenere delle critiche sociali o politiche; in letteratura verrebbero tagliati un po’ tutti, da Dante a Verga, da Pirandello a Machiavelli perché tutti prima o dopo hanno avuto qualcosa da ridire sull’Italia o sugli italiani; magari pure in biologia non si parlerebbe più di malattie incurabili o genetiche, visto che in effetti, se in tre anni puntiamo a risolvere il problema del cancro, allora nulla è incurabile.
Insomma, la scuola berlusconizzata sarebbe una scuola in cui non si critica niente, né il passato né il presente e quindi, tantomeno, gli errori. Una scuola in cui s’impara solo ad apprezzare il presente, nascondendo la polvere sotto il tappeto; in cui non si critica mai ma si sorride sempre, in cui tutti sono felici perché tutti ignorano quello che non va. Una specie di grande spot televisivo della Nutella o della Coca Cola in cui tutti sorridono sempre e sono sempre in forma, senza spiegare quali porcherie ci siano dentro a questi prodotti. Sarebbe una scuola in cui non si fa scuola, in cui non s’impara nulla. Ma forse l’obiettivo è proprio questo.
